Da grande voglio essere una viaggiatrice.

Se mi ripenso bambina, mai avrei creduto che sarei diventata un’appassionata di viaggi, visto il mio attaccamento a quel porto sicuro che era casa con mamma e papà. In effetti fino almeno ai 10 anni le uniche vacanze felici erano con i miei genitori, con i nonni materni e già con la nonna paterna cominciavano le prime lacrime. Insomma, ero una mammona fifona: il peggio, che ricordo ancora con un magone immenso, sarò stata sui 9 anni, fu un campo estivo a cui i miei genitori mi lasciarono una calda domenica estiva. Ci saranno state tante attività, bambini simpatici o chissà quale altro divertimento, ma io credo di aver pianto su 7 giorni, almeno 6 e mezzo e giuro potrei anche descrivere perfettamente diverse scene in cui fui colta dal pianto; odiavo stare via da casa, soprattutto se non conoscevo nessuno, l’incertezza del non sapere dove mi trovassi, di perdermi o di avere qualche sciagura.

Nonostante questa sensazione ogni tanto mi attraversi per un attimo la mente prima di ogni viaggio, non so bene cosa mi accadde intorno ai 16 anni, ma da lì, la necessità di scappare dalla realtà, di scoprirmi per quella che realmente ero e che potevo essere, fece scattare in me la voglia di scoperta e decisi di partecipare al programma di studenti all’estero, e passai tutto il mio 4° anno di superiori a Little Rock, Arkansas. Avevo scoperto che volevo essere una viaggiatrice.

Tra essere un turista e un viaggiatore, credo ci sia una sottile linea di separazione perchè è impossibile determinare e catalogare con certezza quali abitudini di viaggio e modalità siano tassativi per essere considerati uno o l’altro: c’è chi inorridisce al pensiero di partire in gruppi da 50 persone alla scoperta dell’Asia o di qualche meta mistica, perchè certo, zaino in spalla e ostelli è il modo giusto per vivere a pieno certe destinazioni, vero, ma in parte: avevo un cliente che alla veneranda età di 80 anni aveva viaggiato per tutto il mondo, sempre in gruppo, perchè non aveva altro modo, ma era colto, viveva a pieno la destinazione e i suoi racconti lasciavano a bocca aperta e con quella voglia di seguirlo, magari nascosta in valigia, nel suo prossimo viaggio. I villaggi turistici, con il gioco aperitivo, gli spettacoli e le escursioni preconfezionate, che tanto sognavo intorno ai 18/20 anni per godermi la vacanza e in cui ho lavorato per una stagione, raffigurano a pieno, il turista “scazzato” che non mette neanche il naso fuori dal suo villaggio, ma che poi aggiunge una bandierina alla meta, senza neanche magari aver assaggiato la cucina locale..eppure ci sono tanti viaggiatori che usano il villaggio come base di appoggio perchè alla sera amano farsi due risate con il cabaret o godersi uno spettacolo degli animatori, ma che durante il soggiorno non sanno neanche come sia fatto il ristorante del resort. Anche il crocierista non se la passa molto bene a congetture, del resto spesso in un porto si passano 4 ore o poco più, si scende in gruppi e durante le escursioni metodicamente ci si ferma per fare shopping nel medesimo negozio di souvenir. Di stereotipi sui diversi tipi di turisti ce ne sarebbero a iosa e non credo ci sia nulla di male nel preferirsi turista e necessitare dell’assistenza in italiano, di trovare conforto nel piatto di pasta al ristorante, di voler rimanere nei confini di quello che Tutti vedono e fanno in quel luogo.

Sono stata a Malindi, Kenya, con il mio papà, in un villaggio turistico e ho due rimpianti: non averlo seguito a zonzo per Malindi – chissà quali pericoli potevo andare incontro, per cui restai spaparanzata al sole; ed essermi sentita profondamente a disagio durante un’escursione in cui ci portarono a visitare un villaggio ed in fila davanti ad un negozietto siamo stati inviati a comprare del cibo per gli abitanti: in quel caso la mia voglia di entrare in contatto con la realtà locale mi ha catapultato in una sensazione di fastidio per essere il turista che arriva e va “invitato” ad aiutare.

Altra spiacevole esperienza da turista inesperta la feci a Chiang Mai: volevamo vedere gli elefanti, per cui niente di meglio di un escursione che ti portava in un parco di elefanti. Certo, forse, oppure no: per quanto sicuramente gli elefanti fossero trattati con riguardo e rispetto, assistemmo ad uno spettacolo in cui dipingevano con la proboscide, giocavano con la palla e a turno percorrevano tutto il giorno lo stesso circuito con in spalla due turisti (come me e i miei amici) che si gongolavano dell’esperienza. Di ritorno a casa ho scoperto che esiste una riserva, vera e propria, di elefanti: dove non vengono costretti ad essere dei giocolieri o a portare in spalla sconosciuti schiamazzanti.

A volte ho rinunciato alle visite guidate dei luoghi di cultura, per risparmiare qualche euro, ma poi ritrovarmi davanti ad un monumento senza neanche sapere cosa fosse, però avevo scelto un bed&breakfast e non un hotel, perchè è più autentico.

Dove sta quindi il giusto, chi ha la possibilità di affermare con certezza come si deve viaggiare per essere un viaggiatore e non un turista? Credo che nessuno abbia la risposta, ma ho imparato che prima di partire bisogna spogliarsi un po’ delle proprie radici e abitudini per accogliere gusti e usanze diverse, abbandonare gli stereotipi per abbracciare nuove culture, affidarsi a chi ha voglia di raccontare la storia del suo popolo e non dire mai di no, perchè in viaggio un NO è una perdita irrecuperabile. Bisogna imparare a tornare più ricchi, indossare nuovamente le nostre radici, ma sicuramente migliorate da un incontro con il mondo. Questo per me è il primo passo per diventare una VIAGGIATRICE, e ci sto provando.

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